Uomo, Chiesa e Vangelo
(2025)
DAL DOCUMENTO DI APARECIDA A PAPA FRANCESCO
PARADIGMI TEORICI E SCELTE PASTORALI
Rispondo volentieri alla richiesta di don Giuseppe Spedicato di scrivere qualcosa che possa essere utile per invogliare alla lettura di questo suo studio, frutto di un lungo lavoro per ottenere il dottorato accademico in sacra teologia. Lo faccio non anzitutto per il legame che ho con lui fin dagli anni della sua formazione al ministero sacerdotale (penso soprattutto al Pontificio Seminario Regionale di Molfetta, particolarmente in anni che ritengo davvero benedetti dal Signore e anche fecondi in crescita, maturazione e sviluppo), ma in prima istanza ammirato per la costanza con la quale egli ha lavorato non lasciando, né trascurando l’esercizio del ministero pastorale, ch’è esigente molto più della preparazione e compilazione di una tesi scolastica. Non è cosa da poco. Quanti «cammini interrotti», in un senso o nell’altro, mi è accaduto di vedere nel succedersi degli anni! So bene quanto sia faticoso lavorare su due (e spesso anche più) fronti e farlo con dignità. Eppure è lavoro che matura.
Veniamo, però, subito a questo lavoro, per il quale, però, mi limiterò a offrire solo alcune indicazioni. C’è intanto da dire in proposito che l’Autore pone in essere un metodo che a dirlo «classico» è per me un elogio e il mio pensiero va a quel meraviglioso libro di Jean Guitton intitolato Le travail intellectuelle, ossia «il lavoro intellettuale». Qui egli spiega che il segreto di tutta l’arte di esprimersi consiste nel dire la medesima cosa tre volte: prima la si annuncia, poi la si sviluppa e, infine, la sia riassume. All’epoca non lo sapevo, ma era esattamente ciò che il mio insegnante mi diceva sul come fare un tema: scrivere prima una breve introduzione, quindi svolgere il tema e spiegare ciò che era stato annunciato e, da ultimo, farne un riassunto. J. Guitton dice che i suoi alunni ne avevan fatto una simpatica canzonetta un po’ scioglilingua: On dit qu’on va la dire, On l’a dit, On dit qu’on l’a di, che tradotta suggerisce: «si dice ciò che si dirà; lo si dice e si dice che lo si è detto» (cf. Aubier, Paris 1951 p. 85). È lo schema di quest’opera, sicché, per avere una sintesi di ciò che è descritto nelle tante pagine del volume, il lettore anticipatamente leggerne sia l’Introduzione, sia la Conclusione.
Devo aggiungere che l’avere applicato un metodo così classico e così validamente raccomandato da un pensatore qual è J. Guitton è anche merito della struttura accademica della Facoltà Teologica Pugliese dove la tesi è stata elaborata e del Docente che l’ha guidata. E questo lo scrivo con intima gioia, avendo con quella realtà un legame molto personale.
Dal lavoro di G. Spedicato si comprende subito che il pensiero e il magistero di J.M.Bergoglio / Francesco non nascono dal nulla, ma hanno un contesto ben preciso dal quale non si può prescindere, anche sotto il profilo socioeconomico e perfino politico. Sono, in realtà, sempre le «situazioni» che provocano un pensiero, stimolano un sentimento, provocano una scelta, spingono all’azione! È questa in fondo anche la storia dei santi: santi come Vincenzo de’ Paoli, o don Bosco (e la cosa si potrebbe allungare davvero) non sarebbero «quel» santo, che corrispondendo alla grazia divina, sono divenuti se avessero vissuto in altri contesti storico-sociali. Penso a un cristiano del quale la Chiesa ha di recente dichiarato la «venerabilità» con la nuova tipicità dell’offerta della vita: il venerabile Salvo D’Acquisto. La sua santità è maturata nella ordinarietà di un servizio militare (era un carabiniere), in un tempo davvero particolare (la presenza nazista a Roma verso il termine della seconda guerra mondiale) e in una «situazione» ch’è stata per lui il tempus acceptabile onde mostrare la sua fedeltà a Cristo (il 23 settembre 1943 si offrì per salvare un gruppo di civili durante un rastrellamento nazista). E questo vale per ogni altra crescita anche spirituale.
Ciò vale, dicevo, anche per il nostro Papa Francesco. Non si può prescindere neppure per lui dalla condizione di essere figlio di emigranti; dal contesto sociale della sua Argentina negli anni della sua giovinezza; non si può prescindere dalle spinte ecclesiali e pastorali attive in quel momento; non si può prescindere dall’essere stato un gesuita anche con responsabilità formative; non si può prescindere dall’essere stato spinto ad un ampliamento di orizzonti dal ministero episcopale a Buenos Aires mentre si sviluppavano particolari correnti di riflessione teologica; e poi ancora dalla responsabilità in occasione della X Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi nel 2001 (ch’è poi la circostanza da cui sorse il mio personale rapporto con lui); e quindi con l’impegno nella V Conferenza dell’Episcopato Latino Americano e dei Caraibi (2007) … Senza tutto questo non si spiega J.M. Bergoglio/Francesco.
D’altra parte una cosa che da subito ho appreso da lui, una volta conosciutolo, è stato questo suo assioma: recorrere parcelas per avizorando pampas, mirar fragmentos pero contemplando formas, «camminare nei cortili scorgendo praterie, guardare dei frammenti ma contemplare delle forme, dei disegni» (Meditaciones para religiosos, Diego de Torres, Buenos Aires 1982, p.11). È in tali situazioni che J.M. Bergoglio/Francesco ha appreso il valore delle «periferie». G. Spedicato scrive giustamente che per Francesco non sono soltanto un concetto sociologico, o culturale, ma spirituale. Si dirà di più: la periferia per Francesco è una prospettiva, un luogo di osservazione, una situazione che aiuta a comprendere. È, d’altronde, come «periferia» che egli stesso si presentò alla Chiesa e al mondo la sera della sua elezione al ministero petrino il 13 marzo 2013, quando esordì dicendo: «Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo …». Era come «periferia» che Francesco saliva sulla Cattedra di Pietro ed è come «periferia» che ancora oggi parla alla Chiesa e al mondo.
In questo suo lavoro G. Spedicato richiama pure molti punti del magistero di Francesco e nel sottotitolo della tesi li sintetizza così: «Uomo, Chiesa e Vangelo: tra paradigmi teorici e scelte pastorali». Lo spiega subito quando scrive alla base del pensiero bergogliano non c’è soltanto una visione ecclesiologica, ma pure una «visione antropologica determinante in ordine agli stessi imperativi ecclesiologici».
Questo, però, pone inevitabilmente la domanda: da dove ha appreso? Chi sono stati i «maestri», che hanno mediato e mediano il suo discepolato cristiano? La mia conoscenza e il mio rapporto ormai venticinquennale con J.M. Bergoglio/Francesco – e lo mostra in fondo anche questo lavoro – mi guidano in due direzioni e mi conducono a due fonti: il Concilio Vaticano II e san Paolo VI, senza il quale quel Concilio non sarebbe quello che è.
Sulla «Chiesa dei poveri» c’è senz’altro Lumen gentium n. 8, che dice: «Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre “ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito”, “a cercare e salvare ciò che era perduto”, così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo». Per qualcuno è poco; per me è fondante. Le «facciate» si ammirano; le fondamenta non si vedono, ma sorreggono (cf. Mt 7,25).
C’è poi quel che disse Paolo VI ai campesinos colombiani il 23 agosto 1968: «Voi, figli carissimi, siete Cristo per noi … ». Parole come quelle io non l’ho sentite da alcun altro. Già prima, avviando a chiusura il Vaticano II il 7 dicembre 1965 aveva detto che «l’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio …». Senza questa pre-istoria, J.M. Bergoglio/Francesco non si capisce.
Marcello Card. SEMERARO
PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE DELLE CAUSE DEI SANTI
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(puntata del 17 Dicembre 2025)